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Struttura  del tetto dello Stazzo

Si realizzava una struttura in travi di " Ginepro" stagionato con sopra uno strato di canne a cui si soprapponevano delle tegole a coppo non murate.

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Attrezzi dello Stazzo

Erano per lo piu' realizzate in legno ,servivano per rastrellare il grano e la paglia al tempo della mietitura o anche per preparare il formaggio e la ricotta .

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Le proviste

Le proviste per l'inverno piu' importanti era la macellazione del maiale fonte di grandi quantita' di proteine,la sua lavorazione fatta con il sale e spezie faceva si che le carni si conservassero per l'intero inverno,Con il grano,i formaggi e il miele con le marmellate completavano le proviste per gli inverni Galluresi

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Costruzione dello Stazzo

Costruito con pietro raccolte tenute assieme con un impasto di fongo terra e calce ,intonacate con calce e sabbia .

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Ricovero dei Capretti

^ Lu Salconi^ antico ricovero per i Capretti,luogo sicuro che proteggeva dalle volpi e dalle faine . 

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Il Forno del Pane 

Realizzati con pietre raccolte e costruito a secco,veniva posizionato a volte distante dalla casa abitativa ,oppure contiqua dentro una piccola costruzione .

  LO STAZZO TRA RACCONTI E IMMAGINI
 Giuseppe Contini
   Una porta sul tempo per ricordare le nostre radici e la nostra cultura …
Nei primi anni Sessanta del secolo scorso in questa terra di Gallura esisteva ancora una cultura agro-pastorale di enorme valore umano e culturale. Piccole comunità vivevano in singole case distribuite in queste vallate affacciate su splendide vedute panoramiche, sia nell’entroterra che su colline dominanti bellissime baie e insenature selvagge con incantevoli spiagge di sabbia bianca e finisssima come zucchero sfiorate da un mare di colore smeraldo. E’ proprio con lo spirito riassunto nel titolo iniziale e sull’onda dei ricordi che ho iniziato il mio lavoro di ricerca fotografica per documentare le architetture degli stazzi e le loro strutture murarie, che li distinguono gli uni dagli altri sia per grandezza che per tipologia e tecniche di costruzione, con un’attenzione minuziosa a cogliere ogni particolare nella semplicità delle loro forme e nell’ essenzialità del loro utilizzo.
   Accompagnato nel mio tour fotografico da un carissimo amico, percorriamo dei sentieri su colline selvagge dove la natura si è ripresa tutto il proprio spazio con rovi, ginestre, corbezzoli, olivastri e un’infinità di alberi e piante selvatiche di ogni tipo attorniate dalla macchia mediterranea. I luoghi sono impervi e la vegetazione è fitta, a tratti quasi impenetrabile. Cammino a fatica e il mio amico, avendo vissuto da ragazzo in questa realtà, racconta che proprio in questi stessi luoghi che ora sono invasi da rovi pungenti ha conosciuto campi arati e biondi per la grande quantità di grano, vigne e frutteti rigogliosi. Sul filo della memoria, non senza emozione, l’amico ricorda: << Avevamo tutto, dal frumento alla frutta, ma soprattutto la carne. Si allevavano tanti tipi di animali, in particolare maiali, mucche e capre. I primi venivano riuniti tra agosto e ottobre in chiuse fatte di pietre possibilmente a ridosso di grotte naturali, “ li conchi”, in un tipo di recinto chiamato in gallurese “ la crina” , dove venivano ingrassati con il siero del latte e con la crusca, poi con ghiande e frutta, in modo da far aumentare il loro peso fino a due o tre volte. All’arrivo dei primi freddi, tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre, si macellava il bestiame facendo per l’occasione grandi feste: la sua carne avrebbe nutrito un’intera famiglia per tutto l’anno, in particolare durante l’inverno con salsicce, salami, strutto, lardo, con i “ciccioli” di lardo ovvero la tipica “jelda”, con pancetta e guanciale. Dal latte delle mucche, poi, si ricavavano formaggio, ricotta e burro, mentre le capre offrivano la carne dei capretti e dal loro latte si ricavava altro formaggio che integrava i prodotti di un’alimentazione completa e nutriente. La “perla” dello stazzo era però rappresentata dalla vigna, posizionata in collina su un terreno prevalentemente sabbioso ed esposto ad est, caratterizzata da viti con un ceppo basso ed una ridottissima produzione: tutti ne possedevano una, con uve autoctone e di grande pregio come “Pascali di Cagliari”, “Caricaghjola”, “Vermentino di Gallura” e, immancabilmente, con almeno un ceppo di ”uva fragola”, la cosiddetta “ua macciona”, con acino piccolo e colore rosso intenso e dal sapore addirittura nauseabondo, da addizionare nella quantità di alcuni grappoli al resto dell’uva vendemmiata per rendere il vino più corposo. Lo stazzo, insomma, era un piccolo mondo agropastorale del tutto autosufficiente>>
 Le foto pubblicate su questo sito raccontano, con ricchezza di particolari nelle immagini che propongono, tutte le tipologie architettoniche degli stazzi, le loro differenti conformazione e grandezza, le diverse tecniche di costruzione che hanno dato loro origine e che li distingue gli uni dagli altri, nonché i diversi tipi di materiale utilizzati per realizzarli. Molti di essi, infatti, sono stati costruiti con pietre raccolte nei campi in concomitanza con la preparazione del terreno per la semina quando, con l’aratura, affioravano appunto dalla terra numerosissime pietre di forme diverse. Proprio con queste pietre, assemblate con un impasto di terra rossa argillosa e di calce pozzolana, ma a volte neanche con quella, venivano realizzati i muri perimetrali della casa che, essendo spessi talvolta anche 60 centimetri, rendevano l’abitazione solida e duratura. Solitamente veniva realizzato un solo piano, sul quale si aggiungevano poi delle altre camere dando vita ad uno sviluppo verticale della costruzione, anche se in realtà erano pochi gli stazzi a due piani ed eretti con l’utilizzo dei tipici blocchi di granito meglio noti come “li cantoni”. Una volta realizzati, i muri venivano intonacati con calce pozzolana e l’intonaco era reso liscio con la paletta, con una tecnica applicata poi anche agli intonaci delle ville sul litorale costiero. La tinteggiatura, quindi, veniva effettuata con colori pastello: azzurro con tonalità turchese, giallo con tendenza al giallo-limone o all’ocra, rosso scarlatto o mattone. Venivano inoltre tracciate delle strisce all’altezza del tetto per ricavare cornici decorative che, nella loro semplicità, conferivano senz’altro un effetto artistico alla visione esterna degli edifici. La struttura della costruzione si differenziava in due tipologie: la prima realizzata con la pietra raccolta nei campi, come già detto, la seconda con dei veri e propri blocchi di pietra. Il tetto era contornato da capitelli in granito scolpiti, così come erano in granito gli stipiti delle porte e delle finestre, con una cura dei particolari che indicava il benessere di cui godeva chi viveva nello stazzo. Sulle arcate delle porte e delle finestre venivano posizionate delle travi di ginepro rigorosamente tagliato “a luna calante” in modo da garantirne la maggiore durata nel tempo. La stagionatura del legno, infatti, faceva si che esso divenisse duro come la roccia non rischiando di marcire per l’azione dell’acqua: le immagini che accompagnano questo racconto, del resto, dimostrano come ancora oggi quelle travi, portate a nudo dallo sgretolamento delle mura, sono ancora pressoché intatte nella loro posizione ed imponenti come in origine, quasi ad imitare per solidità e resistenza il granito stesso. Si stima che in alcuni casi esse provengano da alberi che avessero 300 anni di vita, data anche la lentezza della loro crescita, esemplari che per la loro grandezza sono oggi molto rari da trovare. Venivano posizionate travi di ginepro anche nelle volte del tetto, fino a due o a tre per camera secondo la sua grandezza, con una curvatura accuratamente ricercata in natura e spesso accentuata, se necessario, riscaldano il legno con il fuoco per poterlo modellare. Le travi più grosse sostenevano un’impalcatura realizzata con travi più sottili che faceva da sostegno alle canne, che venivano colorate con calce bianca diluita o anche ricoperte con intonaci di sabbia e calce. Le canne a loro volta sostenevano le tegole di argilla cotta, non murate ma tenute nella loro posizione con delle pietre per evitare che le forti folate di maestrale le portassero via. In molti stazzi a monocamera, nei quali un intero nucleo familiare viveva utilizzando l’unico ambiente disponibile indifferentemente come cucina, sala da pranzo e camera per la notte, le pareti interne erano tinteggiate con colori semplici ed essenziali nella loro composizione, tracciando comunque delle cornici ai bordi del soffitto ed il battiscopa. Il pavimento veniva realizzato inizialmente con una tecnica che credo risalga ad almeno 150 anni fa, in terra rossa finissima e levigata, battuta e poi bagnata con acqua per garantirne una tenuta più compatta. In tempi più recenti, invece, la pavimentazione veniva realizzata in cemento reso liscio con la paletta ricavandone una superficie talmente fine da farla sembrare composta da mattonelle, che in alcuni stazzi veniva intarsiata prima che il cemento si indurisse. La preparazione del cemento e la sua posa e lavorazione avvenivano nella stessa giornata, essendo necessario completare la pavimentazione di un intero ambiente senza alcuna sosta per poterne ottenere la massima uniformità. Si adottava la medesima tecnica di costruzione e si utilizzava la stessa tipologia di pietra anche per la realizzazione del forno nel quale si cuoceva il pane, assemblato a secco e con forma quadrata o tondeggiante con cupola, spesso per comodità attaccato alla casa che ne ospitava la bocca della fornace per poterlo utilizzare senza uscire dalle mura domestiche. Talvolta, però, senza una spiegazione logica dovuta a esigenze di locazione ed anzi a costo di un’indubbia mancanza di comodità nell’utilizzo, il forno era costruito ad alcuni metri o addirittura a qualche decina di metri di distanza dalla casa, con l’incombenza di doverlo raggiungere sotto le intemperie durante l’inverno per un’attività così frequente come quella della preparazione del pane.
 
  La realizzazione degli ambienti interni dello stazzo era basata su tecniche molto semplici che miravano ad ottenere spazi sempre utili per le esigenze della vita familiare. Proprio tra questi spazi ce n’era uno che catturava subito l’attenzione: era una nicchia ricavata all’interno del muro dell’unico ambiente, o di quello centrale nel caso di più ambienti, che ospitava dei ripiani di ginepro ed era coperta con una tendina agganciata ad alcuni chiodi fissati anch’essi al muro. Si trattava di un vero e proprio armadio nel quale riporre le provviste di prodotti alimentari quali marmellate, formaggi, strutto e lardo. In alcuni stazzi tale armadio era un po’ più grande e la sua chiusura era rappresentata da una vera e propria porta a cornice. Nella parete centrale, poi, troneggiava il caminetto, immancabile amico durante gli inverni freddi e umidi, con i venti di maestrale e ponente che frustavano letteralmente le coste e l’entroterra del territorio gallurese, in una sequenza delle stagioni che alcuni decenni fa era ancora regolare e che delimitava i periodi della primavera e dell’estate da quelli dell’autunno e dell’inverno, quest’ultimo oggi invece caratterizzato anche in Gallura da temperature spesso primaverili cui si alternano periodi umidi e piovosi ma sempre meno freddi. Il caminetto era utilizzato anche per la cottura dei cibi con il supporto di un treppiedi o di un recipiente di rame o di alluminio spesso annerito dal fuoco e dal tempo. Vi si arrostivano carne e selvaggina, per lo più pernici, tordi e merli che negli inverni freddi e nevosi erano prede quasi giornaliere catturate con il fucile o semplicemente predisponendo delle trappole. All’interno del vano principale vi era un tavolo centrale e in un angolo il letto a mezza piazza con il materasso cucito a mano e imbottito con lana, crine o paglia. Sia il materasso che i cuscini, imbottiti di crine, venivano aperti ogni anno a primavera e ricuciti dopo che l’imbottitura era trattata con una macchina molto semplice per farla tornare voluminosa e soffice. Le sponde del letto erano in lamiera e ferro, solitamente dipinte o talvolta decorate con intarsi di madreperla. La porta di ingresso dello stazzo era in ginepro ed era costituita da una sola anta divisa in due parti: quella inferiore restava chiusa e quando la si voleva aprire lo si poteva fare come se fosse una finestra. Nella parte superiore era presente una finestrella centrale attraverso la quale poter esplorare il piazzale antistante senza dover aprire tutta la porta. Talvolta, invece, la porta di ingresso era costituita da due ante con delle finestrelle nella parte alta. Sulla parete interna si apriva anche una finestra non troppo grande ed anch’essa in ginepro, o a volte se ne aprivano due. In alcuni stazzi le finestre troneggiano ancora oggi aperte a tantissimi anni dall’allontanamento di chi vi abitava, con il ginepro ormai schiarito dal tempo e dal fascino comunque particolare: si ha quasi la sensazione che quelle strutture siano disabitate da poco tempo, come se vi si cogliessero ancora i rumori della vita quotidiana. A ridosso della parete esterna, proprio di fianco alla porta di ingresso, c’era una panchina realizzata con blocchi di granito: era un po’ come un divano del nostro salotto, sulla quale riposarsi nelle sere d’estate prima di andare a dormire dopo un’intera giornata di duro lavoro.
Gli stazzi venivano costruiti in una posizione tale da dominare tutto il possedimento cui facevano capo, sempre sotto vento e a ridosso di rocce o colline. Erano strutture abitative essenziali, come si può facilmente dedurre dal fatto che spesso in una monocamera viveva un intero nucleo familiare costituito da diverse persone, ma questo fatto non ha impedito la vita e lo sviluppo di famiglie composte a volte da molti figli destinati fin da piccoli a dare una mano nel lavoro dei campi e nell’accudire gli animali. Questa, almeno, era la situazione tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento finché, con il passare del tempo, negli anni Sessanta del secolo scorso gli stazzi vennero ampliati divenendo dimore con due e con tre camere. I nuovi vani si aggiungevano in lunghezza a quello unico preesistente, tra l’altro con la particolarità apparentemente strana che talvolta tra i diversi ambienti non vi erano porte che li mettessero in comunicazione l’uno con l’altro. Ogni camera era invece dotata di una porta esterna, dunque per passare ad esempio dal vano centrale dove si consumava la cena alla camera da letto bisognava prima uscire all’esterno sopportando evidenti disagi soprattutto durante i periodi più freddi.
          Credo che tale scelta costruttiva fosse dovuta alla necessità di non indebolire la struttura dello stazzo creando porte interne essendo i muri perimetrali, come già detto, realizzati semplicemente con calce e pietre raccolte nei campi. Un altro elemento costitutivo tipico della struttura, degli arredi e della seppure essenziale decorazione degli stazzi era il ginepro, già descritto nel suo utilizzo in tal senso. Chiamato in gallurese “lu nibbaru”, è un legno che proviene da alberi secolari dallo sviluppo lentissimo che in Gallura crescono rigogliosi nelle zone collinari ed anche in quelle più vicine alle coste insieme ai corbezzoli e alle ginestre. Il ginepro, conosciuto per il suo profumo di un’intensità paragonabile a quella dell’incenso e per la bellezza della sua venatura, ha nella sua durezza il pregio principale in campo costruttivo. Nella stessa Costa Smeralda, date queste sue caratteristiche, fin dalle prime costruzioni gli architetti hanno inserito il ginepro nei progetti di alberghi e ville, utilizzandolo con le più varie e ricercate finiture e grande creatività nella realizzazione di travi, profili e mobili di ogni tipo, in particolare di cucine e tavoli da pranzo, sponde di letti ed anche elementi esterni come i cancelli di ingresso. La ricerca di ginepri di antichissima età per la costruzione di manufatti ha determinato un abbattimento per lungo tempo incontrollato di questi alberi così caratteristici ed unici nel loro genere, finendo per minacciarne addirittura l’esistenza anche a causa di terribili incendi che negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso hanno devastato la Gallura, complice la siccità oltre che la mano assassina dell’uomo, alimentati dai forti venti di maestrale e di ponente. Molte furono le vittime di quei tragici episodi ed in loro ricordo furono erette lapidi che ogni giorno fanno da monito affinché eventi di questo genere non si ripetano più, almeno per quanto possa dipendere da tutti noi. E’ stato dunque necessario preservare il ginepro da simili attacchi alla natura, con restrizioni nella sua estirpazione che lo possano salvaguardare per il futuro. Un po’ quello che anch’io, nel mio piccolo, voglio fare per la cultura degli stazzi con questo mio sito di parole e soprattutto di immagini che vogliono proteggerne e salvaguardarne la memoria. Una cultura, quella degli stazzi, tutta racchiusa in un mondo rurale ricco di valori che si tramandavano di generazione in generazione, affidati a gente fiera e laboriosa che viveva in modo semplice una quotidianità fatta di grande rispetto e di altrettanta amicizia fra contadini, nella quale i termini “compare” e “comare” servivano a qualificare ed arricchire i rapporti ad iniziare dal saluto quando ci si incontrava. Il saluto era infatti sempre sentito, profondo e rispettoso, sia nel momento dell’incontro che in quello del commiato, quando ci si lasciava con espressioni quali “ andeti in bonora cumpà (o cummà)” o “avvidecci in saluti”. Si lavorava con fatica su una terra arida e molto rocciosa, poco pianeggiante, per strappare alla natura selvaggia piccole porzioni di terra da seminare a grano, una delle colture più importanti, in particolare un grano duro che in gallurese era chiamato “tricu cossu”, ricco di glutine ed ottimo per la panificazione, che avveniva ogni sabato ed era alla base dell’alimentazione.                                                                                                                                   Si produceva un pane caratteristico denominato “pani a mela”, a cinque rosoni, fatto lievitare con lievito naturale, con caratteristiche organolettiche davvero eccezionali, che si conservava sempre fragrante anche dopo una settimana. La giornata di lavoro era lunghissima e faticosa, dunque a mezzogiorno ci si concedeva un pranzo a base di cibi semplici ma buoni e nutrienti a base di pane e “chjusoni” fatti in casa (gli gnocchi) conditi con sugo di pernice, il tutto accompagnato dal vino invecchiato di un anno e non profumato come quello di oggi ma sicuramente genuino e non artefatto, con l’unico neo che talvolta poteva avere un po’ di “spuntu”, rivelarsi “acitinu” (con un leggero sapore d’aceto). In onore alla collaborazione, che era una forma di solidarietà pressoché sacra nel mondo degli stazzi, ci si aiutava in tutte le attività agricole che segnavano periodicamente l’intero anno. Alla fine della mietitura, che si completava nel mese di luglio, il primo giorno di agosto si celebrava la festa del grano. Era una grande festa, nel corso della quale si gustavano gli gnocchi fatti a mano, “li chjusoni gadduresi”. Con lo stesso spirito a settembre si partecipava tutti insieme alla festa della vendemmia, “lu bibinnatoghju”, durante la quale l’uva raccolta veniva trasportata su un carro fino alla casetta della vigna, al cui interno troneggiava una vasca in cemento detta “lu laccu” dentro la quale l’uva veniva collocata.
          A quel punto il vendemmiatore più anziano, sfilati i pantaloni e rimasto con addosso le sole mutande lunghe di lana, “li mutandoni”, si puliva i piedi e, entrato nella vasca dopo esservi salito con una scaletta di legno, iniziava a pigiare l’uva dopo essersi legato con una corda ad un anello fissato al tetto della casetta: era una necessaria precauzione, visto che le esalazioni del mosto avrebbero potuto inebriare il pigiatore e farlo cadere dentro la vasca. Un’altra festa molto importante, anch’essa una vera e propria sagra, era quella dedicata alla macellazione del maiale, “l’ammazzatoghju di lu polcu”, che ricorreva all’inizio dell’inverno. Con le carni del maiale ci si garantiva una grande percentuale delle provviste alimentari che sarebbero servite per cibarsi durante la stagione invernale.                                                                   Si preparava la salsiccia disossando la carne, tagliandola e procedendo poi a condirla con spezie e trattarla con il sale, in modo che non si deteriorasse. Si passava quindi a preparare il lardo, che veniva anch’esso salato, anzi per l’esattezza “confettato”, dunque la pancetta ed il guanciale. Per finire, del maiale si utilizzava anche il sangue che veniva cotto per ricavarne il “sangue grasso”, “lu sangu grassu”, e il “sangue dolce”, “lu sangu dulci”: il primo trattato con morbidelle di lardo e il secondo con cioccolata. Si cucinava dunque per preparare un grande pranzo con il quale ringraziare tutti coloro che avevano collaborato, la cosiddetta “manialìa”, durante il quale come primo piatto si serviva un risotto condito con morbidelle di salsiccia e con limone grattugiato                                                                                     Era la degna conclusione, ogni volta a tavola tutti insieme a condividere i frutti del lavoro e della terra, di appuntamenti tradizionali che segnavano con entusiasmo la vita dello stazzo. Davvero altri tempi, tanto da far desiderare di scoprirli a chi non li ha mai vissuti e da farli rivivere ogni volta con un tocco di nostalgia a chi invece li ha conosciuti!